Manganelli resta ancora più affascinato dai trentaquattro templi scavanti nella roccia della località di Ellora e dalle atmosfere simili a 'sogni pietrificati' «Come ad Ajanta, ad Ellora si tocca in modo spietato quella mite terribilità che sconvolge il visitatore dell'India. E' inutile dire che il tempio di Kailāsa è 'bello': quasi mai il gesto estetico indiano agisce in modo così pacamente lusinghiero. Il tempio di Kailāsa, che fa mura dei lati del monte appena levigati, che nasce tutto dal sasso, e che insieme è lezioso, maestoso, affollato, taciturno, ovviamente retto da un arcaico legame di simboli, ha qualcosa di angoscioso, di fondo, il sapore di una nascita da sempre in corso. [...] Un tempio come questo è pressoché impossibile 'vederlo': esso va abitato, da ogni punto vedi qualcosa e qualcosa perdi, sei immerso in una sommessa esplosione di linguaggio, in qualunque punto ti collochi senti frammenti di un discorso occulto e intenso, un discorso che mescola danza, ironia, gioco, gioielli, tutto celebrato da esseri polimorfi, demoni del cielo ed angeli d'abisso.»
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